Quella di Tonia Erbino è un’opera profondamente intima, che parla a bassa voce ma lascia un’eco potente. Due figure accovacciate occupano il centro della scena: giovani, forse libere, forse proiezioni di un futuro che ci riguarda. Il loro legame appare forte, viscerale, eppure i loro occhi spenti, severi ci guardano con un’accusa silenziosa, come a rimproverarci per qualcosa che continuiamo a ignorare.
I loro corpi, piegati verso il suolo, sembrano volerci impedire l’accesso al paesaggio. Nascondono la bellezza del creato: mare, terra, cielo. Non è più possibile goderne pienamente, come se la colpa dell’uomo avesse velato persino il dono più puro. Sono stanchi, quei due giovani. Stanchi di assistere agli orrori che si consumano su questa terra: guerra, dolore, abbandono.
Per incontrare il loro sguardo bisogna abbassarsi, farsi piccoli. È un invito alla preghiera, all’umiltà, al silenzio necessario per chiedere che tutto questo abbia fine. Eppure, anche quel futuro che essi incarnano appare privo di speranza. I loro occhi non brillano, non sognano. Sono giovani accusatori, figli muti di un tempo che non concede più spazio alla libertà.
La spiaggia sullo sfondo non è un luogo vivo, ma una terra desolata. Non evoca vacanza o respiro, ma solitudine, minaccia, e un senso profondo di abbandono.
Quest’opera ci obbliga a guardare in faccia la disumanizzazione del nostro tempo. È il riflesso di un presente in cui l’infanzia è silenziata, la giovinezza è disillusa e la natura viene oscurata dalle conseguenze delle nostre azioni. Viviamo in un mondo che parla di futuro ma costruisce muri, che proclama pace ma alimenta conflitti, che promette speranza ma semina paura.
Tonia Erbino, senza urlare, ci lancia un grido profondo: ci mostra una generazione che non trova spazio né voce, in un tempo segnato dalla crisi ambientale, dalle guerre, dall’indifferenza. La bellezza che ci è stata donata è lì, ma non possiamo più raggiungerla. Siamo noi stessi l’ostacolo.
L’opera non offre consolazione, ma verità. E ci chiede una scelta: continuare a vivere piegati su noi stessi, ciechi e sordi, oppure inchinarci per guardare in faccia ciò che siamo diventati, e forse finalmente cambiare.
Sabato Angiero.
Abitare il silenzio, ascoltare il dolore
Un invito a esserci.
Sabato Angiero Arte
venerdi 27 giugno | ore 20.00
Non una mostra.
Non uno spettacolo.
Un incontro necessario.
Per fermarsi. Per ascoltare.
Perché il dolore non è solo altrove.
www.sabatoangieroarte.com
tel. 338 8666375


