Glasses
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«Glasses è una “vista oltre”, “uno sguardo altro“.
I Glasses sono personaggi predestinati che, elevandosi al di sopra del facile consenso e dell’applauso collettivo, trasformano la fragilità della visione in un potenziamento della vista che li rende divinamente coraggiosi.» (Tonia Erbino)

“Glasses”, elogio alla fragilità attraverso icone laicali che invitano a guardare il mondo con occhi diversi, comprende dittici e ritratti, oli su tela con cui ancora una volta Tonia Erbino pone al centro dell’osservazione pittorica la condizione esistenziale dell’essere umano.
Le persone rappresentate nei quadri, pur essendo tutte “miopi”, sono considerate degli eletti: hanno sì difficoltà nel vedere, nell’osservare, ma la presenza sulle loro teste di un segno pittorico che emana luce indica che la cecità non sarà perenne (dittico King – Queen).
La fragilità riconosciuta, intesa come scambio dignitoso di forza di vivere (Allies), permette la cura e genera saggezza che avvicina alla serenità (Queen). Indossare gli occhiali e palesare al mondo la propria limitazione è l’inizio di un cammino che conduce a vedere oltre.


Strumenti correttivi o protettivi della vista, per qualcuno necessari, per altri semplicemente un accessorio di moda (dittico Elect I – Elect II), gli occhiali, glasses, diventano emblematici di una smarrita capacità di focalizzare la realtà o del non esporsi al giudizio altrui, fino a quando il riconoscimento della propria umana debolezza non condurrà alla crescita attraverso il cambiamento di prospettiva (Myself).
Erbino con coraggio mette in discussione la raffigurazione, dissolvente ma efficacemente intensa. Nelle sue opere, esplorazioni a dir poco soffocanti rivelano il tormento della vita dolorosa dei protagonisti per i quali ogni gioia è conseguenziale allo struggente impegno di elevare e migliorare se stessi e frutto dello stoico mai sottrarsi alle difficoltà che si presentano sul loro percorso (King). Straniamento (dittico Glass man – Glass woman), riflessione e accettazione dell’imperfezione traspaiono dai volti dipinti che talora poggiano su corpi dall’anatomia alterata, assimilabili ad otri la cui unica funzione è quella di supporto.

Lo stile criptico e la pittura lucidamente onirica, dalla matrice espressionista e religiosa, sottraggono leggibilità univoca alle figure che esistono secondo leggi proprie. Sulle composizioni essenziali, le stratificazioni di colore dalle tinte prevalentemente acide disvelano la tecnica pittorica di Erbino in un reale di percezioni contagianti. 

Claudia Del Giudice

«Glasses è una “vista oltre”, “uno sguardo altro“.
I Glasses sono personaggi predestinati che, elevandosi al di sopra del facile consenso e dell’applauso collettivo, trasformano la fragilità della visione in un potenziamento della vista che li rende divinamente coraggiosi.» (Tonia Erbino)

“Glasses”, elogio alla fragilità attraverso icone laicali che invitano a guardare il mondo con occhi diversi, comprende dittici e ritratti, oli su tela con cui ancora una volta Tonia Erbino pone al centro dell’osservazione pittorica la condizione esistenziale dell’essere umano.
Le persone rappresentate nei quadri, pur essendo tutte “miopi”, sono considerate degli eletti: hanno sì difficoltà nel vedere, nell’osservare, ma la presenza sulle loro teste di un segno pittorico che emana luce indica che la cecità non sarà perenne (dittico King – Queen).
La fragilità riconosciuta, intesa come scambio dignitoso di forza di vivere (Allies), permette la cura e genera saggezza che avvicina alla serenità (Queen). Indossare gli occhiali e palesare al mondo la propria limitazione è l’inizio di un cammino che conduce a vedere oltre.


Strumenti correttivi o protettivi della vista, per qualcuno necessari, per altri semplicemente un accessorio di moda (dittico Elect I – Elect II), gli occhiali, glasses, diventano emblematici di una smarrita capacità di focalizzare la realtà o del non esporsi al giudizio altrui, fino a quando il riconoscimento della propria umana debolezza non condurrà alla crescita attraverso il cambiamento di prospettiva (Myself).
Erbino con coraggio mette in discussione la raffigurazione, dissolvente ma efficacemente intensa. Nelle sue opere, esplorazioni a dir poco soffocanti rivelano il tormento della vita dolorosa dei protagonisti per i quali ogni gioia è conseguenziale allo struggente impegno di elevare e migliorare se stessi e frutto dello stoico mai sottrarsi alle difficoltà che si presentano sul loro percorso (King). Straniamento (dittico Glass man – Glass woman), riflessione e accettazione dell’imperfezione traspaiono dai volti dipinti che talora poggiano su corpi dall’anatomia alterata, assimilabili ad otri la cui unica funzione è quella di supporto.

Lo stile criptico e la pittura lucidamente onirica, dalla matrice espressionista e religiosa, sottraggono leggibilità univoca alle figure che esistono secondo leggi proprie. Sulle composizioni essenziali, le stratificazioni di colore dalle tinte prevalentemente acide disvelano la tecnica pittorica di Erbino in un reale di percezioni contagianti. 

Claudia Del Giudice

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